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Sempre più spesso negli ambienti reali e virtuali, dedicati alla Dislessia, si sente dire che "è una questione culturale". Quest'affermazione, tutt'altro che generica, riconosce, nella consapevolezza, il problema di fondo che caratterizza realmente la tematica dei DSA, oltre a quella di tutte le diversità in genere.

La quasi esclusiva medicalizzazione e competenza sanitaria sono anche causa dell'inadeguatezza delle strutture culturali della nostra società, che sono incapaci di far fronte alle "novità", di riconoscere le diversità e i sacrosanti diritti delle persone. Incompetenza, si badi bene, per sottrazione, cioè per elusione dalle proprie responsabilità e non certo per arroganza altrui.

Per cui, le uniche strutture preposte alla definizione e al controllo, in presenza di una grave lacuna culturale, non possono che essere, in questo caso, quelle sanitarie, nel bene e nel male. Una sorta di monopolio, anche se paradossalmente imperfetto, a volte indiscusso, altre volte invece ignorato come non pertinente e non credibile. In altri casi ancora, la difesa di prerogative e la gestione del potere genera invece improbabili alleanze in cui, per esempio, strutture sanitarie e scolastiche si autoreferenziano per giustificare scelte non proprio nobili.

Tutto ciò, nei furbi e nei negazionisti, ma non solo in loro, determina la convinzione che il DSA sia un malato, o quanto meno un disturbato (mentale), per bene che vada, un disabile, altre volte, spesso, solo uno fannullone.

Se la questione culturale dovesse, comunque, riguardare, a prescindere dallo specifico del dislessico, la percezione di normalità, che in genere si forma sulla base di categorie molto discriminanti e tutte rivolte ai singoli, il concetto di patologia, di disturbo e di malattia, non interesserebbe certo gli individui con "diversa intelligenza", come di fatto purtroppo avviene, ma viceversa sarebbe del tutto legittimo imputarlo alla società in cui quest'individui vivono e si formano.

Da più parti si tende ad affermare la certezza che sono stati fatti enormi progressi nel campo dei diritti delle minoranze, ma tale eccessivo ottimismo è volto per lo più a promuovere promesse o presunti interventi che nella realtà, molto spesso, si traducono solo in intendimenti verbali e tali restano. Nel nostro specifico, potremmo indicare un esempio su tutti: le resistenze ad accettare norme e indicazioni soprattutto da parte di operatori della scuola, ma anche purtroppo da figure diverse e in teoria più motivate, come i genitori.

Comunque sia, per non andare troppo oltre e rimanere nel nostro ambito e nella cosiddetta "questione culturale" dislessica, il paradosso giustificazionista è fondato sulla convinzione che alcune strutture e categorie culturali siano immutabili e indiscutibili.

Questa convinzione trova origine nell'attaccamento "morboso" e acritico ad una visione della formazione, dell'educazione e della comunicazione che definire obsoleta è dire poco. Una visione che è radicata nel tradizionalismo più ottuso e che non sa comprendere i progressi del sapere scientifico, le innovazioni tecnologiche e i reali mutamenti della società, società nella quale la contraddizione dislessica e le molte altre contraddizioni causate dalle "diversità" possono essere un motore di rinnovamento effettivo.

Questo attaccamento trova spiegazione solo con la paura della perdita. Perdita di ruolo, perdita delle convinzioni e perdita di potere, sia per quanto riguarda i singoli, che per le micro e macrostrutture. Sono davvero in pochi a riconoscere la difesa dei diritti e le innovazioni come quel qualcosa che realmente sono: un arricchimento culturale e non una minaccia alla propria identità.

Per questo, la "questione culturale" diventa essenziale anche per i non dislessici e, per questo, lo snodo principale da cui partire, per affermare che un'altra cultura è possibile, è il mondo della scuola.

Gli strumenti compensativi e dispensativi non debbono essere quindi recepiti come una terapia o, peggio ancora, come una triste necessità, ma come un'alternativa vera e propria alla costruzione di un'altra cultura e di un altro apprendimento. E' fondamentale, infatti, sostenere con decisione che non devono essere gli individui ad adattarsi ai tempi e ai modi della scuola e della società, ma che per ognuno possa e debba avvenire l'esatto contrario: apprendimento, formazione e comunicazione concepite e organizzate in modo tale che ogni individuo, a partire dall'infanzia, le possa far sue, armonizzandole con la propria diversità. Anche perché, dovrebbe essere oramai chiaro, è il modello di "normalità" del singolo a non esistere e ad apparire come una sterile convenzione e un'odiosa chimera, buona esclusivamente per la riproduzione dei meccanismi di discriminazione.

Anselmo Cioffi, Presidente de L'ACUILOИE A.D.A.R.


 
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